Perché non si parla più di veganismo?

Facendo un po’ di ricerca online, si nota qualcosa di abbastanza evidente: si parla sempre di meno di veganismo, e di tutto il mondo semantico che si può collegare a questo termine. Fino a qualche tempo fa non era così: titoli di giornale, dibattiti in televisione, hashtag, liti a cena tra chi difendeva la bistecca e chi la trovava un residuo del secolo scorso. Poi, la conversazione pubblica ha cambiato argomento. Il mondo di oggi è talmente arduo e tempestato di conflitti e difficoltà economiche che si parla soprattutto di bollette, di benzina che sembra sempre sul punto di superare una soglia psicologica, di affitti che mangiano metà dello stipendio, di diritti che un tempo sembravano acquisiti e che invece vanno difesi di nuovo, uno per uno. In un contesto così, scegliere cosa mettere nel piatto sembra un lusso quasi teorico, ma il tema non è scomparso, è solo stato spostato più in basso nella lista delle urgenze percepite.

Capire perché è successo aiuta a capire anche perché sia un errore lasciarlo lì, soprattutto adesso.

Proprio pochi giorni fa un nuovo rapporto delle Nazioni Unite ha certificato quello che gli scienziati sospettavano da tempo: il superamento della soglia di 1,5 gradi fissata dall’Accordo di Parigi è ormai inevitabile, e potrebbe avvenire entro pochi anni. Anche nello scenario più ottimistico, la temperatura media globale toccherà prima gli 1,8 gradi in più rispetto all’epoca preindustriale, per poi provare a ridiscendere grazie a una drastica riduzione delle emissioni e a tecnologie di rimozione della CO2 che oggi esistono ancora solo su piccola scala. Sembrano numeri da poco, ma non è così: ogni frazione di grado in più significa più ondate di calore come quelle vissute quest’estate in Europa, più siccità, più incendi, più eventi estremi che fino a poco tempo fa sembravano eccezioni e oggi sono diventati quasi un appuntamento fisso di fine agosto.

È proprio nell’affrontare questo tema che il discorso torna, inevitabilmente, al piatto. Perché tra i fattori che alimentano questa traiettoria, il sistema alimentare globale ha un peso che raramente viene raccontato con la stessa enfasi riservata alle auto o alle centrali a carbone. Secondo le stime della Fao, l’allevamento animale da solo genera circa il 14,5% delle emissioni di gas serra di origine antropica, una quota paragonabile a quella dell’intero settore dei trasporti mondiali messo insieme. Se si allarga lo sguardo a tutta l’agricoltura, comprese le coltivazioni destinate a nutrire il bestiame, si arriva secondo il Wwf a circa un terzo delle emissioni globali, con un consumo di suolo e di acqua dolce che non ha equivalenti in nessun altro settore produttivo. Non sono numeri che bastano da soli a spiegare la crisi climatica, ma sono numeri che nessuna strategia seria per affrontarla può più permettersi di ignorare. E la cosa spaventosa è che ci riguarda tutti, soprattutto chi vive nelle aree più inquinate, come ad esempio la Pianura Padana, che ospita la maggior parte degli allevamenti intensivi.

Quando i bisogni primari vengono percepiti come minacciati, casa, lavoro, potere d’acquisto, tutto ciò che assomiglia a una scelta invece che a una necessità rischia di essere derubricato a capriccio. E il veganismo, va detto, per anni è stato raccontato come uno stile di vita, un’estetica da condividere, un accessorio identitario riservato a chi poteva permettersi di scegliere. Una narrazione che ha funzionato benissimo per riempire pagine patinate e molto meno per convincere chi, tra la fine del mese e i principi, deve necessariamente pensare prima alla prima.

Il problema è che questa lettura confonde la forma con la sostanza: ridurre l’apporto animale, scegliere una filiera corta e trasparente, mangiare con più consapevolezza non è un vezzo da tempi di pace e di benessere diffuso. È, semmai, esattamente il contrario, perché scegliere con accuratezza quello che mangiamo, riducendo l’apporto animale, è una delle leve di cambiamento reale rimaste nelle mani del singolo cittadino, proprio nel momento in cui tutto il resto sembra sfuggire al controllo.

C’è anche un equivoco da sfatare, quello economico. L’idea diffusa è che mangiare bene, con più vegetale e meno filiera industriale, costi di più. Nella pratica, invece, spesso è vero l’opposto: legumi, cereali, verdura di stagione acquistata da chi la coltiva restano tra le voci più accessibili della spesa, molto più della carne lavorata o del pesce d’allevamento intensivo. Il vero costo aggiuntivo, semmai, è di tempo; quello che serve per cucinare in casa, informarsi su chi produce cosa, uscire dall’automatismo del carrello. Un impegno che il ritmo di queste settimane rende difficile da trovare.

Forse il silenzio mediatico attorno al veganismo non è il segno di un fallimento, ma quello di una fase più matura, o almeno ce lo auguriamo. Una fase più silenziosa, fatta di gesti concreti; ed è proprio in questo silenzio, mentre il termometro globale continua a salire, che per più persone può diventare finalmente un’abitudine reale.