Diventare vegani fa paura. Ma basterebbero due pranzi a settimana per cambiare le cose

più vegani

Le proteine sono ovunque. Nella pasta, nei popcorn, nello yogurt, persino nell’acqua in bottiglia. Negli ultimi anni si è creata una specie di gara collettiva a chi ne consuma di più, alimentata da influencer, diete di moda e un marketing che ha trasformato un nutriente normalissimo in una specie di status symbol. In questo clima, dire a qualcuno che dovrebbe mangiare meno carne suona quasi come un oltraggio perché ancora in tanti dubitano – senza ragione – dell’apporto proteico di alimenti come piselli, tofu, seitan e legumi.

Eppure non bisogna scegliere tra tutto e niente. Due pranzi vegani a settimana, fatti da molte persone insieme, varrebbero più di una manciata di persone che si convertono completamente allo stile di vita vegano. E non sarebbe nemmeno questione di budget: una pasta e ceci non costa più di un secondo di carne.

I numeri dell’Eurispes

Il Rapporto Italia 2026 dell’Eurispes mette in fila la distanza tra quello che pensiamo e quello che facciamo: quasi otto italiani su dieci si dicono contrari agli allevamenti intensivi, una percentuale in crescita. Ma la stessa fetta di persone non ha smesso di comprare carne, uova, latticini, sarà perché la sensibilità cresce più in fretta delle abitudini.

Vegetariani e vegani insieme sono l’8,5% della popolazione. Il dato più interessante, però, riguarda chi non lo è: un italiano su cinque sarebbe favorevole a un’alimentazione vegetariana, ma teme di non riuscire a mantenerla: dietro quella paura ci sono dubbi molto concreti, o anche semplicemente la paura di non riuscire a rinunciare alla tradizione identitaria. Cosa cucino al posto del secondo? Come gestisco i pasti se il resto della famiglia non vuole rinunciare alla carne? E poi, senz’altro, il discorso delle proteine.

Un po’ più vegani, non vegani perfetti

La dottoressa Silvia Goggi, medico specialista in Scienza dell’Alimentazione, lavora da anni su un’idea diversa: non serve che poche persone siano vegane in modo impeccabile, basterebbe che molte diventassero un po’ più vegane, aumentando gradualmente lo spazio dei vegetali nel piatto.

Niente di drastico; una pasta e ceci al posto del solito primo più secondo, fagioli aggiunti a un’insalata. Oppure due pasti a settimana dedicati alla cucina vegetale. Sono piatti che esistono già nella tradizione italiana da molto prima che diventasse un argomento da TikTok: ribollita, farinata, polenta e lenticchie, solo per citarne qualcuno.

Un avvertimento, però: più vegetale non vuol dire automaticamente più sano. Un biscotto vegano può contenere comunque tanto zucchero, la scritta “vegano” dice solo cosa manca, non cosa c’è. Stesso discorso per i prodotti “senza lattosio” o “high protein” che hanno invaso gli scaffali: togliere o aggiungere un ingrediente di moda non rende affatto un alimento migliore.

Il paradosso più grande resta quello degli ultraprocessati. Mentre cerchiamo prodotti senza zucchero o ricchi di proteine, più di sei italiani su dieci continuano a comprare cibi confezionati e fortemente lavorati. Non serve eliminarli per sempre, ma basta che non siano la base di ogni pasto, e che lascino spazio a frutta fresca, legumi, verdure. Ne avevamo parlato anche qui a proposito di True-plant.

Le rivoluzioni alimentari perfette durano in media fino al weekend successivo, invece un cambiamento piccolo ma ripetuto da molte persone, per molto tempo, peserebbe molto di più. Ci proviamo?