Addio a David Hockney: nelle sue nature morte la frutta diventava luce

C’è una frase di David Hockney, ricordata dal Gambero Rosso, che vale più di molte critiche d’arte: «Le uniche cose reali nella vita sono il cibo e l’amore, in quest’ordine». Difficile dargli torto. E difficile non sorridere, sapendo che a dirlo era uno degli artisti più influenti del Novecento; uno che le piscine californiane, i paesaggi dello Yorkshire e i ritratti li ha trasformati in icone riconoscibili al primo sguardo.

David Hockney se n’è andato l’11 giugno 2026, a 88 anni, lasciando dietro di sé una produzione sterminata che ha attraversato sei decenni e almeno altrettanti linguaggi: pittura, fotografia, scenografia, collage e, negli ultimissimi anni, opere realizzate su iPad con la stessa energia curiosa con cui, da giovane a Bradford, aveva cominciato a disegnare. Il Guardian e il Financial Times lo hanno salutato come uno degli artisti britannici più influenti del Novecento, associato alla Pop Art ma impossibile da rinchiudervi dentro: troppo vasto, troppo irrequieto, troppo interessato a tutto.

La sua fama internazionale è legata soprattutto alle piscine californiane, quelle superfici d’acqua azzurre e vibranti che sembravano esistere solo per lui, ai ritratti, ai paesaggi dello Yorkshire e della Normandia. Eppure c’è un angolo della sua opera meno celebrato, e forse proprio per questo più sorprendente, che riguarda il cibo. O meglio, la frutta.

Il cibo come unica cosa reale

Il cibo ritratto da Hockney è piacere, convivialità, materia degna di attenzione e quindi, naturalmente, soggetto pittorico. Non sorprende, allora, che nel 2020, quando il governo britannico aveva lanciato campagne contro l’obesità, l’artista avesse commentato con la sua solita franchezza: «Se non si fuma, non si beve, non si mangia cioccolato, burro o bacon, si può vivere fino a 104 anni, ma che vita è?». Provocatorio, certo, ma coerente con una poetica che ha sempre messo al centro il piacere di guardare, di vivere, di mangiare bene.

Mele, arance e lime in a bowl

Tra le sue opere più note sul tema c’è Fruit in a Bowl, una stampa del 1986 conservata allo Smithsonian American Art Museum: mele, arance e lime resi con colori netti e forme quasi grafiche, costruiti non con tecniche tradizionali ma con una fotocopiatrice da ufficio, in uno di quegli esperimenti che rendono Hockney tanto difficile da classificare. L’opera è al tempo stesso giocosa e precisa, domestica e sorprendente. Un gruppo di frutti qualunque che, attraverso il suo sguardo, smette di essere qualunque.

Più tarda, e forse più rivelatrice, è Fruit on a Bench, 6th, 7th, 8th March 2014, parte della serie 82 Portraits and 1 Still-Life: acrilico su tela, una composizione essenziale in cui la frutta occupa il centro della scena senza orpelli né simbolismi. Il soggetto è isolato, luminoso, reso centrale non per quello che rappresenta ma per quello che è, ovvero forma, colore, presenza.

Questo è, in fondo, il punto che distingue Hockney dai maestri della natura morta che lo hanno preceduto. Nella tradizione pittorica europea, la frutta è stata per secoli carica di significati che andavano ben al di là della frutta stessa: abbondanza, caducità, vanitas, moralità. Come abbiamo raccontato su queste pagine parlando della mela nella storia dell’umanità, ogni frutto portava con sé un peso simbolico costruito nei secoli, spesso più pesante della sua polpa. Con Hockney questo peso si alleggerisce. La frutta torna a essere frutta, ma frutta che non si è mai vista così: i colori sembrano appena inventati, le forme sembrano danzare, l’energia visiva trasforma una ciotola su un tavolo in qualcosa di difficile da dimenticare.

Con la sua scomparsa il mondo dell’arte perde uno dei suoi grandi maestri. Ma il suo invito a osservare meglio le cose semplici rimane: una piscina, un paesaggio, un volto, una ciotola di arance sul banco di cucina. Perché nello sguardo di Hockney anche le cose più quotidiane avevano la tendenza a diventare, senza preavviso, qualcosa di straordinario.