Cosa dice l’avocado di noi

Manuela Soressi, su Repubblica, lo ha definito “il Marcel Jacobs della corsia dell’ortofrutta”. La battuta coglie bene il punto: da anni le vendite di avocado nella grande distribuzione italiana crescono senza sosta, più veloci di qualunque altro prodotto ortofrutticolo, e non stiamo parlando di un trend passeggero (come forse tutti pensavamo fosse quando è iniziato, ai tempi degli Hipster…) ma di una curva che sale e non si ferma. Un fenomeno che si comporta così per così tanto tempo, di solito, non sta parlando solo di sé.

I numeri intanto restano piccoli rispetto al resto d’Europa: l’Italia è ancora lontana da Francia, Spagna, Regno Unito e Germania. Ma il consumo pro capite è cresciuto di diverse volte in un decennio, e oggi una famiglia su quattro ha comprato almeno un avocado nell’ultimo anno. Le rilevazioni Ismea-NIQ disegnano chi lo compra con precisione: 35-54 anni, spesso con figli adolescenti, soprattutto al nord. Il dato che sorprende è che il reddito conta meno del previsto, a dispetto di chi pensa che sia un frutto da ricchi. Non è, invece, (solo) una questione di portafoglio, ma una questione di appartenenza.

In Italia l’avocado è entrato soprattutto dalla porta del salato: sul toast, nelle insalate, nei poke, nei panini, nel sushi, trasformato in guacamole o usato come contorno. Più raramente arriva a tavola come frutto da mangiare da solo. L’avocado funziona perché si adatta a piatti già familiari e contemporaneamente li sposta verso un immaginario internazionale: il brunch, il poke, il sushi, il toast fotografabile. Persino quando finisce in una ricetta italiana, porta con sé qualcosa di quel linguaggio.

Claude Fischler lo chiama il paradosso dell’onnivoro, e in fondo è la stessa oscillazione da sempre: cerchiamo il nuovo, ma il nuovo ci mette in allerta, perché mangiare qualcosa che non conosciamo significa fidarsi di qualcosa che non controlliamo. L’avocado ha risolto il paradosso nel modo più semplice possibile, presentandosi come superfood, da frutto magico. Il salto da sospetto a desiderabile è avvenuto in una generazione.

C’è poi la lettura di Bourdieu, sviluppata anche dalla sociologia dell’alimentazione di Jean-Pierre Poulain: quello che scegliamo di mangiare non risponde soltanto a un bisogno nutrizionale, ma comunica appartenenze, gusti e disposizioni culturali, contribuendo a collocarci nello spazio sociale. I dati sull’avocado sembrano muoversi nella stessa direzione: quando questo frutto entra stabilmente nella spesa delle famiglie con adolescenti, si può leggere il fenomeno anche come un aggiornamento del loro linguaggio alimentare, quello di chi ha imparato a mangiare guardando prima uno schermo e poi un piatto.

Dalla cucina radicata nel territorio, quella del chilometro zero che per decenni ha definito l’identità gastronomica italiana, a una cucina che appartiene a uno stile di vita globale, identico a se stesso da Milano a Berlino a Londra.

Viene da chiedersi ora quale sarà il frutto o l’ortaggio che godrà dello stesso successo tra qualche anno, negli anni ’30. Le scommesse sono aperte 🙂