C’è una parola che è ancora usata da molti, sebbene stia lentamente cadendo in disuso. Si una spesso con una certa enfasi, quasi un gesto retorico della mano: marchiano. Un errore marchiano. Una gaffe marchiana. Qualcosa di enorme, smisurato, impossibile da ignorare. Eppure pochissimi sanno che dietro questa parola così comune si nasconde una storia di frutti fuori dall’ordinario, di geografie antiche e di un’Italia in cui la reputazione di un prodotto agricolo aveva il potere di trasformarlo in linguaggio.
L’aggettivo marchiano (come attestato dal vocabolario Treccani) deriva direttamente da marca, forma antica per indicare la Marca di Ancona, il territorio medievale che corrispondeva grosso modo all’odierna regione Marche. Il significato originale era semplicemente “marchigiano”, ovvero proprio di quella terra. A partire dal XIV secolo, il termine compare in forma sostantivata nei testi dell’epoca col senso geografico, poi qualcosa cambiò. Le ciliegie marchiane, una varietà di dimensioni spropositate, celebre in tutta Italia, divennero talmente iconiche da trascinare l’aggettivo nel territorio del figurato: se le ciliegie marchiane erano le più grosse di tutte, marchiano diventò per antonomasia sinonimo di enorme, smisurato, madornale. Lo conferma il sito Una parola al giorno (di cui consigliamo la newsletter) una delle risorse linguistiche online più accreditate: “probabilmente, il marchiano prese il significato di grosso per l’eccellenza di un prodotto marchigiano: le saragie, cioè le ciliegie”. Persino Gabriele D’Annunzio ne scrisse, citando le ciliegie duracine e marchiane nelle sue Prose di ricerca, quasi a consacrarle letterariamente.

Da Ancona a Vignola: il Durone della Marca è ancora lì
Il filo che collega le Marche a Vignola è lungo e sottile, ma esiste ed è ancora vivo. A Vignola, capitale europea della ciliegia, nell’area pedecollinare tra Modena e Bologna, la varietà “Durone della Marca” è ancora oggi una delle cultivar ufficialmente riconosciute dal disciplinare della Ciliegia di Vignola IGP, il marchio europeo ottenuto nel 2012. La si riconosce subito: a differenza delle sorelle dai toni scarlatti o quasi neri, il Durone della Marca ha una buccia bianco-giallastra appena arrossata dall’insolazione, con una polpa soda e consistente. Localmente è conosciuta anche semplicemente come Marchigiana. Il calibro minimo previsto dal disciplinare parte da 20-23 mm a seconda della varietà, con i massimi che superano i 28 mm. Dimensioni rispettabilissime, ma lontane da quella leggenda di frutto colossale che aveva fatto sbiancare gli occhi a mezza penisola. Insomma quelle stesse ciliegie che erano tanto grandi da entrare nel vocabolario italiano come metafora dell’eccesso oggi verrebbero considerate, con i parametri di mercato attuali, del tutto normali. Il progresso varietale, la selezione genetica, i calibri che si sono alzati su tutta la linea hanno ridimensionato la portata storica di quelle marchiane.
Il cibo che diventa linguaggio
Questa storia ci ricorda qualcosa di importante: il cibo è sempre stato cultura, identità, reputazione. Prima ancora che arrivassero marchi, certificazioni e disciplinari, era la fama di un prodotto a circolare, a costruire immaginari, a modificare persino la lingua comune. Le ciliegie marchiane non avevano un logo, non avevano uno scaffale dedicato, non avevano una campagna di comunicazione, eppure erano talmente buone e talmente grandi da diventare una figura retorica. Oggi la Ciliegia di Vignola IGP raccoglie un paniere varietale ampio, con cultivar precoci, medie e tardive che coprono la stagione da maggio fino a luglio, tutte raccolte rigorosamente a mano con il peduncolo. Il Durone della Marca è lì, nel disciplinare, piccolo testimone di una storia linguistica che la maggior parte delle persone non conosce. La prossima volta che qualcuno farà un errore marchiano, saprete da dove arriva quella parola.



