Vivere a lungo è facile, vivere bene è un altro mestiere

Da qualche anno, quello della longevità è diventato un settore, molto di più di un fattore solo biologico. Ha i suoi congressi, i suoi integratori, i suoi guru con la routine mattutina da trentasette passaggi. Si chiama Longevity Economy e il suo merito è di aver spostato la conversazione dalla cura, alla prevenzione. Ha anche un difetto altrettanto evidente, cioè l’idea che il benessere sia qualcosa da comprare in boccetta e da misurare con un’app.

Ecco perché fa quasi tenerezza, e per questo merita attenzione, il tentativo di riportare la questione dove stava da sempre: a tavola. Si muove in questa direzione Intelligence Gastronomy, progetto appena presentato a Milano che mette in dialogo la dieta mediterranea con l’alta cucina, la medicina preventiva e la ricerca scientifica. La premessa è semplice. In una società che vive più a lungo (tra il 2009 e il 2025, sono 8.980 gli individui che hanno superato la soglia dei 105 anni di età, dati Istat), la domanda interessante non è solo quanti anni aggiungere alla vita, ma quanti di quegli anni passare in buona salute.

La scienza lo sa, il problema è la traduzione

Che l’alimentazione abbia a che fare con microbiota intestinale, metabolismo, infiammazione e invecchiamento è un terreno su cui la ricerca lavora in modo sempre più fitto. Il fatto è che però questa conoscenza resta spesso chiusa nei paper e arriva alle persone sotto forma di divieti, tabelle, liste di cose da evitare.

L’ipotesi di Intelligence Gastronomy è che il linguaggio più efficace per far uscire la scienza dai laboratori sia quello che tutti parlano senza fatica, cioè il gusto. Per questo al progetto lavorano chef, medici, nutrizionisti e ricercatori, con l’idea che piacere e consapevolezza non siano due forze in conflitto. Detta così sembra una banalità, ma chiunque abbia fatto una dieta sa che nella pratica non lo è affatto, specie dopo l’entusiasmo iniziale.

Ne è convinta anche la fondatrice, Marianne Giordanengo, secondo cui “oggi la longevità non riguarda soltanto quanti anni viviamo, ma come scegliamo di viverli. Intelligence Gastronomy nasce per portare questa consapevolezza a tavola, trasformando la cultura gastronomica mediterranea e la ricerca scientifica in un’esperienza di gusto, conoscenza e benessere.”

Dai grani antichi al catering

Il lavoro concreto parte dagli ingredienti. Il team studia grani antichi, ingredienti funzionali e sistemi di dolcificazione naturale, e da lì costruisce ricette di alta gastronomia con profili nutrizionali bilanciati, usando materie prime selezionate e certificate. Nelle immagini che accompagnano il lancio si vedono vasi di grano Maiorca e di Timilia accanto a finger food serviti su vassoi dorati, che sono un buon promemoria del fatto che qui l’estetica conta quanto la nutrizione.

Il progetto si declina in eventi gastronomici e culturali, format educativi, esperienze di gusto e un servizio di catering che i promotori definiscono evoluto. È proprio il catering a essere forse la scelta più interessante, perché è il luogo in cui il cibo diventa collettivo: si mangia insieme, si chiacchiera, si impara qualcosa senza accorgersene. Se la prevenzione deve entrare nella vita quotidiana, passerà più facilmente da un buffet ben pensato che da una conferenza.

Un indirizzo preciso: MIND, Milano

Intelligence Gastronomy ha sede dentro MIND, il Milano Innovation District, e ha ricevuto una selezione da parte di Cariplo Factory nell’ambito di “NextGen Food”, iniziativa dedicata al futuro del sistema agroalimentare. Dice qualcosa sull’ambizione, che è quella di far dialogare due mondi che di solito si parlano poco, la ricerca e la cultura gastronomica.

Il punto, alla fine, è la dieta mediterranea

Il progetto ci ricorda soprattutto una cosa che avevamo sotto gli occhi. La dieta mediterranea non è un modo di tenere insieme alimentazione, cultura, territorio e biodiversità. Funziona, quando funziona, perché è fatta di cibi poco lavorati e di abitudini che ci piacciono abbastanza da ripeterle per decenni. Lo si vede anche nella ricerca sull’invecchiamento sano, che premia i modelli alimentari con molta base vegetale, come abbiamo raccontato su Fruitgourmet parlando di cibo plant-based e invecchiamento. Più che una dieta in particolare, a fare la differenza sembra essere la struttura del piatto.

Resta da vedere se un progetto di alta gastronomia riuscirà a rendere questa sapienza quotidiana, ma intanto l’idea di partenza è sensata: mangiare può essere un piacere, un atto culturale e un modo di prendersi cura di sé, tutte e tre le cose nello stesso momento. Per una volta la longevità non chiede di rinunciare a niente.