A ogni genitore è famigliare la scena: il piatto è lì, con qualche verdura camuffata per non essere scoperta, e il bambino lo guarda con la diffidenza di un perito assicurativo davanti a un danno sospetto. Di solito si archivia tutto come capriccio, ma la letteratura scientifica suggerisce un’altra lettura: quel rifiuto può essere determinato da due fattori, e dietro ci sono ragioni che sono più stratificate rispetto a una semplice questione di carattere.
Due cose diverse che sembrano la stessa
Uno dei fattori è la “neofobia alimentare”, cioè la riluttanza ad assaggiare cibi nuovi o poco familiari. Il “picky eating”, invece, va un po’ oltre: riguarda anche il rifiuto di alimenti che il bambino conosce già. Un bambino che accetta solo due verdure, sempre le stesse e cucinate sempre allo stesso modo, può essere selettivo senza essere necessariamente neofobico. Le due cose si sovrappongono spesso, ma distinguerle serve, perché cambia il modo di affrontarle.
Entrambe, in genere, raggiungono il picco nei primi anni di vita: per un bambino che comincia a camminare e a mettere in bocca ciò che trova, diffidare del cibo sconosciuto è stata a lungo una buona strategia di sopravvivenza. Il fatto è che oggi il cibo sconosciuto e temuto ha le fattezze di ciò che in realtà sarebbe più salutare: frutta e verdura.
Perché il bersaglio è quasi sempre frutta e verdura
Tra tutti gli alimenti, frutta e verdura sono i meno prevedibili. Cambiano con la stagione, con la maturazione, con la cottura. Una pesca può essere dolcissima o farinosa, una zucchina croccante o molle, uno spinacio tenero o amarognolo. Pasta, pane e biscotti sono costanti, prevedibili, e i bambini amano rimanere nella loro comfort zone.
C’è poi la parte sensoriale. Consistenza, odore, amaro, acidità e succosità sono proprio i tratti che rendono un vegetale difficile da accettare. Uno studio di Helen Coulthard e Jackie Blissett, pubblicato su Appetite nel 2009 su 73 bambini tra i 2 e i 5 anni, ha mostrato che i più sensibili agli stimoli di gusto e olfatto mangiavano meno frutta e verdura, anche quando le madri ne mangiavano regolarmente. In quel campione, la sola neofobia non spiegava la relazione tra i consumi della madre e quelli del figlio. Il che significa (pur essendo uno studio dal campione limitato) che probabilmente l’esempio in casa conta, ma non basta, se il bambino sente la verdura più intensa di quanto la sentiamo noi.
Sul versante dei numeri complessivi, una ricerca italiana pubblicata su Nutrients nel 2023, con il contributo del CREA Alimenti e Nutrizione, ha coinvolto 288 bambini tra i 3 e gli 11 anni. Il 67,3% mostrava un livello intermedio di neofobia e il 18,1% un livello elevato. I bambini più neofobici avevano anche una minore aderenza alla dieta mediterranea, cioè a un modello alimentare in cui frutta, verdura e legumi hanno un ruolo centrale. La neofobia risultava più frequente nei figli unici, mentre avere fratelli era associato a un rapporto più sereno con il cibo. Va detto con onestà che si tratta di un’associazione: lo studio non dimostra che la neofobia causi di per sé il rifiuto di specifiche verdure, e non chiarisce il nesso di causa ed effetto.

Cosa dice la ricerca sulle cause
Le revisioni scientifiche più recenti, tra cui una review del 2024, indicano più spiegazioni che convivono: la sensibilità sensoriale già citata, ma anche la familiarità: ciò che non si conosce genera incertezza, e l’esposizione ripetuta in un clima tranquillo può aiutare, anche se non funziona sempre. Conta poi anche l’apprendimento sociale, perché i bambini osservano cosa mangiano gli adulti, cosa c’è in casa e che aria tira a tavola; e la pressione durante i pasti: insistere, imporre l’assaggio o togliere ogni autonomia al bambino sono pratiche associate a livelli più alti di neofobia e selettività, con la solita cautela sul fatto che un’associazione non prova da sola la causa. Infine merita attenzione anche la predisposizione individuale, fatta di temperamento, ansia e caratteristiche genetiche, che varia da bambino a bambino e cambia con l’età.
Nessuno di questi fattori è determinante, se preso da solo. Il rifiuto di frutta e verdura nasce da un incrocio, e il peso di ciascun elemento cambia da un bambino all’altro. Per questo non esiste il trucco universale. Esistono però atteggiamenti che, secondo la letteratura, tendono ad aiutare.
Strumenti per aiutare i bambini a superarla
Il primo è la pazienza strategica: se l’esposizione ripetuta funziona, funziona a patto di essere davvero priva di pressione. Mettere nel piatto un pezzetto di cavolfiore, senza commenti e senza obbligo di assaggio, e riproporlo molte volte nelle settimane successive, è più efficace di una battaglia campale una tantum. Tenendo a mente che un rifiuto NON è una sconfitta.
Il secondo è l’esempio, quello vero. Mangiare la verdura con gusto, davanti ai bambini, senza recitare l’entusiasmo, ha più effetto di qualunque discorso sulle vitamine. Se a tavola ci sono fratelli o cugini più grandi che mangiano volentieri, meglio ancora: l’imitazione tra pari è una risorsa sottovalutata, e i dati sui figli unici lo suggeriscono.
Il terzo è lavorare sul sensoriale. Se la consistenza molle della zucchina bollita è il problema, la stessa zucchina grigliata o cruda a bastoncini può essere un altro alimento agli occhi del bambino. Lo stesso vale per il sapore: l’amaro di alcune verdure si smussa con la cottura al forno, con un filo d’olio o con abbinamenti dolci. Cambiare forma, temperatura e preparazione è un modo per offrire lo stesso ingrediente più volte senza che sembri la stessa minaccia.
Il quarto è coinvolgere i bambini prima del piatto. Lavare le fragole, sbucciare i piselli, scegliere al mercato la verdura della settimana, seminare qualcosa su un balcone: toccare e annusare un ingrediente fuori dal contesto della pressione a tavola lo rende familiare, e la familiarità è esattamente ciò che la neofobia cerca. Se si ha la fortuna di visitare un frutteto o un orto, ancora meglio.
Il quinto riguarda ciò che conviene evitare: premi, ricatti e dolce come ricompensa per aver mangiato la verdura, perché spostano l’attenzione dal cibo alla trattativa e, nella migliore delle ipotesi, insegnano al bambino che la verdura è una punizione con un compenso. Meglio porzioni piccole, un’offerta regolare e un clima disteso, con la libertà di non finire il piatto.
Quando è il caso di parlarne con qualcuno
La maggior parte dei casi rientra nella normalità dello sviluppo e si attenua con il tempo. Se però la selezione diventa molto ristretta, se gli alimenti accettati si riducono nel tempo, se si notano preoccupazioni sulla crescita o una forte ansia legata al cibo, vale la pena parlarne con il pediatra, che può valutare il quadro ed eventualmente indirizzare verso un professionista.


