Il gusto “fricy”: il food trend dell’anno e il déjà vu del 2016

Succede ogni tanto che qualcuno trova un neologismo per descrivere qualcosa che stavi già mangiando senza saperlo nominare. Nel 2026 quella parola è fricy — crasi di fruity e spicy — e se non l’hai ancora incontrata sulle note di degustazione di qualche cocktail bar o nei copy dei nuovi snack artigianali, aspetta ancora qualche settimana. Vale la pena capire cosa c’è davvero dentro questa parola. E soprattutto: perché adesso?

Mango, peperoncino e il gusto del contrasto

Il fricy descrive quella sensazione specifica — nota a chiunque viaggi e abbia mai mangiato un buon mango con tajín, bevuto una margarita con jalapeño fresco o assaggiato una hot sauce agrumata — in cui la dolcezza e l’acidità della frutta si scontrano frontalmente con il piccante, creando una tensione che invece di risultare sgradevole diventa quasi compulsiva. Il colpo di calore che arriva un secondo dopo la freschezza; il loop sensoriale che ti invita al boccone o al sorso successivo.

Il som tam

Non è certo una logica nuova nella storia della cucina: in Thailandia la usa da sempre, si pensi al classico som tam, insalata di papaya verde con peperoncino e lime. O al mole messicano, che gioca sulla frutta secca e sul piccante con una complessità secolare; oppure ancora le salse agrodolci cantonesi, i chutney indiani, le harissa nordafricane profumate di agrumi: il dialogo tra frutto e spezia è uno dei più antichi del repertorio gastronomico umano. Quello che cambia nel 2026 è che questa logica trova finalmente un nome pop, comprensibile, condivisibile, taggabile.

Perché il nome conta (anche se poi sparisce)

Dare un’etichetta a un gusto è un atto culturale prima che gastronomico. Quando una combinazione ottiene un nome, succedono cose concrete: i menu la adottano, l’industria alimentare ci costruisce attorno una linea di prodotti, i food media la usano come shorthand, i creator ci fanno contenuti. Il ciclo di visibilità si autoalimenta, e nel giro di uno o due anni quella cosa che esisteva già da secoli diventa improvvisamente contemporanea.

È esattamente quello che è successo con il termine umami in occidente: il quinto gusto esiste da sempre, i giapponesi lo descrivevano già all’inizio del Novecento, ma la sua penetrazione nella cultura gastronomica occidentale mainstream è avvenuta lentamente, fino all’esplosione degli anni Duemiladieci quando chef e food writer hanno iniziato a usarlo come chiave interpretativa universale. Oggi nessuno lo considera un trend, si è consolidato come parte del vocabolario.

Il fricy ha ambizioni simili, anche se la sua traiettoria sarà probabilmente più breve e più rumorosa. La differenza è che viviamo nell’epoca in cui i cicli si comprimono: quello che prima impiegava vent’anni a sedimentarsi oggi può bruciare in tre stagioni.

Il 2026 secondo la BBC: non è solo piccante e tropicale

A inquadrare il momento con più precisione ci ha pensato un’analisi della BBC dedicata alle tendenze alimentari dell’anno, che dipinge un panorama più sfaccettato di quanto il solo hype sul fricy potrebbe suggerire. Accanto alla mania per i contrasti fruttati e piccanti, emergono direzioni apparentemente opposte ma in realtà complementari.

Le mini-porzioni e lo snacking curato continuano a crescere; i cibi funzionali — ricchi di proteine, fibre, probiotici — restano centrali per chiunque voglia sentirsi in ordine senza rinunciare al piacere. Il burro nocciola torna come ingrediente chiave, portando con sé quella profondità e quella sensazione di indulgenza calibrata che il palato contemporaneo sembra cercare. Le jacket potatoes gourmet parlano di comfort food elevato; e poi c’è il cavolo, in tutte le sue declinazioni, sempre più protagonista creativo nei menu di fascia alta e nelle cucine di casa, ormai da qualche anno riabilitato come ortaggio, specialmente per chi non mangia la carne, vista la sua consistenza.

Letto insieme, questo quadro racconta qualcosa di preciso: il gusto del 2026 non vuole scegliere tra edonismo e funzionalità, tra comfort e avventura, tra il familiare e l’esotico. Il fricy è l’espressione più vivace di questa logica.

Flashback: il 2016 e la sindrome dell’avocado toast

Per capire dove stiamo andando conviene fare un passo indietro di dieci anni, come va di moda adesso fare. Il 2016 era il momento in cui la parola healthy aveva ancora il potere di giustificare qualsiasi cosa: dalla curcuma messa ovunque ai fermentati che uscivano dalla nicchia biologica per diventare mainstream, fino all’esplosione dell’avocado toast come oggetto culturale che trascendeva il cibo stesso e diventava metafora generazionale dei Millennial.

L’Avocado Toast, il big trend del 2016

Quel periodo aveva due anime. Da una parte, intuizioni genuine che avrebbero resistito alla prova del tempo: la fermentazione è entrata stabilmente nella cultura gastronomica occidentale, il microbioma è diventato un argomento di conversazione normale, l’attenzione all’origine degli ingredienti ha messo radici. Dall’altra, fenomeni costruiti quasi interamente sulla fotogenia (il rainbow bagel, il black burger al carbone vegetale, il nice cream, cringe solo a ricordarli) che sono scomparsi quasi senza lasciare traccia nel momento in cui hanno smesso di funzionare sul feed.

La differenza tra i due gruppi era sempre la stessa: i trend che sono sopravvissuti rispondevano a un bisogno reale o a un cambiamento culturale profondo. Gli altri soddisfacevano soprattutto il bisogno di novità visiva, che per sua natura ha una vita cortissima. Ma lo abbiamo capito solo dopo.

Cosa resterà del fricy (e cosa no)

Applicando questa lente al presente, il fricy parte da una posizione di vantaggio rispetto al rainbow bagel. Non introduce un ingrediente bizzarro o una tecnica improbabile: codifica una logica del gusto — la complessità attraverso il contrasto, la stratificazione sensoriale, la libertà di pescare da repertori culinari diversi — che è già profondamente radicata nella sensibilità contemporanea. Chef, bartender e food developer la usano da anni in modo quasi istintivo. Il fricy dà solo un nome a qualcosa che stava già succedendo.

Questo significa che la pratica sopravviverà. Ma la parola, quella forse no. Le etichette di tendenza hanno una caratteristica curiosa: più funzionano, più in fretta diventano superflue. Quando tutti iniziano a fare cocktail con frutto della passione e peperino senza sentire il bisogno di chiamarli fricy, vuol dire che la logica si è normalizzata — e a quel punto il buzzword perde la sua ragione di esistere. Il lessico si consuma, la cucina avanza.

Il gusto del non-binario

Il cibo contemporaneo non vuole essere solo salutare o solo indulgente, solo comfort o solo avventura, solo locale o solo globale: vuole la tensione tra i poli, la sfumatura. Il fricy, in questo senso, è quasi una metafora. Un gusto che non esiste senza la frizione tra elementi diversi, che funziona proprio perché nessuno dei due registri (dolce-fruttato e piccante) prevale definitivamente sull’altro. Che poi sia esattamente quello che ci piace del cibo più interessante, non sembra una coincidenza. Fricy è una tendenza del 2026. Tra un paio d’anni probabilmente non la chiameremo più così. Ma il mango con il peperoncino sarà ancora lì, buono come sempre.