C’è una cosa che quasi nessuno conosce, eppure cambia completamente la narrazione intorno alla Pasqua vegetale: mangiare senza carne, senza latticini, senza uova nei giorni che precedono la Pasqua non è una conquista contemporanea né una scelta di nicchia. È una pratica religiosa antica, codificata nei canoni della Chiesa ortodossa, che coinvolge oggi circa 250 milioni di fedeli nel mondo — dalla Grecia alla Russia, dall’Etiopia alla Romania, da Cipro al Libano. Prima ancora che il plant-based diventasse un trend, questi 250 milioni di persone stavano già rinunciando ai derivati animali per settimane intere ogni anno.
E lo fanno, soprattutto, nei quarantotto giorni che precedono la Pasqua ortodossa.
La Grande Quaresima: un regime alimentare che non ha nulla da invidiare al vegano più convinto
Nel calendario ortodosso, il periodo di digiuno che precede la Pasqua — la Megáli Sarakostí in greco, la Grande Quaresima — prevede l’astensione completa da carne, latticini, uova e pesce con la spina dorsale. Addirittura, nei giorni feriali è vietato anche l’olio d’oliva e il vino. Nella settimana santa più prossima alla Pasqua, le restrizioni si fanno ancora più severe: il Venerdì Santo è tradizionalmente un giorno di digiuno quasi assoluto, con solo cibi crudi e non conditi; a tavola rimangono verdure, legumi, frutta fresca, olive, pane, erbe aromatiche, frutta secca. Quello che oggi definiremmo un regime whole food plant-based.
In Grecia, dove la Chiesa ortodossa è religione di Stato e conta il 98% della popolazione tra i propri fedeli, questo si traduce in un fenomeno culturale e commerciale tutt’altro che marginale: durante la Grande Quaresima i supermercati riorganizzano i reparti, i ristoranti aggiornano i menu, i forni sfornano pani specifici per il digiuno. Perfino i McDonald’s greci introducono voci di menu stagionali conformi alle prescrizioni della Chiesa.

Etiopia, Romania, Cipro: la tavola plant-based è già lì
L’ortodossia non è una pratica geograficamente limitata all’Europa mediterranea. In Etiopia vivono 36 milioni di cristiani ortodossi, tra i più praticanti al mondo — con il 78% che frequenta la chiesa almeno una volta alla settimana. La cucina etiope di digiuno è già, strutturalmente, una delle tradizioni plant-based più ricche del pianeta: injera con legumi, lenticchie speziate, verdure fermentate. Un cibo delizioso che è possibilie trovare anche in Italia dove ci sono comunità etiopi, tipo Milano in Porta Venezia.
In Romania, dove la Chiesa ortodossa è maggioritaria, il digiuno ha modellato un’intera cultura del cibo vegetale — zuppe di verdure, fasole bătută (purea di fagioli), marmellate, funghi selvatici — che oggi viene riscoperta anche dai non credenti come cucina del territorio. In Grecia e Cipro, come ha documentato la chef greco-cipriota Georgina Hayden nel suo libro Nistisima, dedicato interamente alla cucina del digiuno ortodosso, esiste un patrimonio di centinaia di ricette completamente plant-based che nessuna influencer di lifestyle ha ancora esplorato davvero.

La tradizione che anticipa il presente
C’è qualcosa di ironico, e di profondamente vero, nel fatto che il discorso contemporaneo sul mangiare plant-based si presenti spesso come una rottura con la tradizione. In realtà, almeno per 250 milioni di persone nel mondo, non mangiare carne e derivati animali a Pasqua è la tradizione. La novità, semmai, è che il resto del mondo occidentale stia cominciando a riscoprire quello che queste culture praticano da secoli: che una tavola senza proteine animali non è una tavola incompleta, ma può essere una delle esperienze gastronomiche più ricche, radicate e sorprendenti che esistano. L’osservazione che ne deriva è ovviamente: c’è bisogno di essere osservanti di una religione per abbracciare una dieta più vegetale? Ovviamente no. Ma è per capire che è possibile farlo, non è nocivo e anzi può essere fin più goloso, etico e divertente.
